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4 agosto

La legge di riforma ha passato la approvazione del Senato. Vedremo come sarà utilizzato lo strumento della calendarizzazione dei lavori alla Camera in settembre. L'esito dell'iter dipenderà molto da queste scelte e da esse dipenderà molto dell'avvio del nuovo anno accademico. Il mio giudizio personale è nel complesso positivo. E' una riforma che potrà aiutare chi vorrà negli etenei impegnarsi per l'ammodernamento del nostro sistema universitario. Potrà aiutare ... non sostituirsi... La storia patria è peina di buone leggi che non sono state applicate bene o al meglio. Continuo a ritenere che la '382 contenesse già tutti gli elementi di ammodernamento e di autonomia, ma l'uso che se ne è fatto - in molti casi - è stato maldestro quando non colpevole. Intevverrò nel merito del DL Gelmini quando avrò avuto modo di leggere il testo definitivo uscito dal Senato.

Nel seguito riporto per i miei lettori (che stranamente non demordono, nonostante le vacanze ...) il testo dell'intervista che il dr. Vito Maggiore mi ha fatto per il CUBO di UniBo che è in distribuzione in questi giorni.

Commenti e critiche sono - come sempre - benvenuti.

Dal CUBO di UniBO - Agosto 2010

Prima di entrare nel merito del suo nuovo incarico universitario di pro-rettore delegato alla ricerca, vorrei chiederle qualcosa in merito al suo percorso di scienziato. Nel suo sito internet (www.dariobraga.it) troviamo anche un lunghissimo elenco delle sue pubblicazioni inerenti le sue ricerche nel campo della chimica.
Vorrei che spiegasse a chi come me conosce poco la chimica di cosa si è occupato nella ricerca. Quali sono stati gli studi più importanti che ha portato a termine e perché li reputa importanti?

Io mi occupo di chimica dello stato solido “da sempre”. Negli anni ho cambiato molti argomenti di ricerca seguendo e – a volte – anticipando l’evoluzione della scienza in questo settore. Ho fatto parte del gruppo di scienziati che ha aperto (o forse dovrei direi riscoperto) un settore nuovo, quello della cosìdetta “crystal engineering”. Non lo traduco in italiano perché il senso cambia un po’ dall’inglese – non a caso il mio gruppo di ricerca si chiama “molecular crystal engineering group” – l’idea guida è quella di costruire, a partire da una conoscenza e da una scelta dei mattoni (le molecole) – aggregati di molecole (i materiali cristallini) che possano essere sfruttati per le loro diverse proprietà allo stato solido. Sì, insomma, la stessa molecola, ma in materiali cristallini diversi e quindi con proprietà diverse. Sembra molto accademico, ma non lo è. Le industrie farmaceutiche, ad esempio, sono molto interessate a sapere con esattezza che solidi formano alcuni farmaci e come cambiano le proprietà e quindi l’attività legata all’assorbimento a livello biologico. L’argomento è così importante che ci ha permesso anche di varare un’azienda spinoff che oggi dà lavoro a molti dei ragazzi che si sono formati nel mio laboratorio. Ecco, se dovessi riassumere in una frase i miei risultati più importanti direi che “non ho avuto paura di cambiare e di differenziare la mia attività di ricerca”. Questo mi è servito per procurarmi finanziamenti esterni che mi hanno consentito di continuare gli studi di base. Ora che sono Prorettore ho molto meno tempo, ma ho un gruppo che funziona grazie a collaboratori fantastici ed entusiasti. Incontro il mio gruppo ogni qualvolta posso e sistematicamente una volta alla settimana pranziamo insieme. Insomma, conto sul fatto di poter conservare un gruppo sempre più attivo.

Dunque la chiave per il successo di un gruppo di ricerca è la differenziazione dei campi di studio.
Si tratta di una startegia vincente in Italia, o è così in tutto il mondo?

Non ho detto questo. Sulla scelta di cosa studiare, e per quanto tempo prima di cambiare, influiscono tanti fattori, dalla curiosità personale alle risorse disponibili, all’intersezione a volte del tutto casuale con altri studiosi o con altre linee di ricerca. Si può costruire una solida carriera scientifica anche occupandosi esclusivamente di un solo argomento e diventando in quello dei superspecialisti. Sono modelli diversi. Quello che mi sento di proporre come strategia - soprattutto nei settori scientifici di base, come il mio - è forse quello di “orientare” la curiosità, che è il motore primo della ricerca, verso obiettivi che possono avere ricadute applicative. Possono, non devono. In alcuni campi è più facile che in altri, ovviamente, ma così facendo si è più preparati a intercettare le esigenze del mondo esterno e anche a trovare fonti di finanziamento non istituzionali. Eh sì, perché – diciamola tutta – la ricerca costa, e senza finanziamenti non si fa ricerca. Allora, invece di aspettare finanziamenti che non arrivano, i ricercatori dovrebbero “ricercare anche i fondi” per fare ricerca. Un’azione in questo senso, se di successo, non solo produce i finanziamenti necessari per soddisfare la curiosità scientifica, ma ha anche un altro effetto – forse addirittura più importante: “agisce” sul mondo esterno modificandolo e facendolo crescere. Mi spiego meglio. Se io riesco ad allacciare un rapporto di ricerca con una impresa (parlo di ricerca, non di attività routinarie “in conto terzi”…) , ottengo varie cose: a) mi procuro risorse fresche che vanno a finanziare anche la parte “curiosity driven” del mio lavoro, b) immetto nell’azienda elementi di innovazione e c) allaccio rapporti fiduciari e professionali che potranno servire anche agli studenti e dottori di ricerca per una futura possibile collocazione.
Questa è una strategia abbastanza comune nel resto del mondo. É chiaro che non tutti i campi possono essere alimentati in questo modo, ma nemmeno è vero che ci sono campi completamente esclusi. Anche questa è una sfida all’immaginazione dello studioso.

A leggere alcuni rapporti, o a guardare alcune puntate di trasmissioni come W l'Italia di Riccardo Iacona, si sente parlare di studiosi negli scantinati, giovani ricercatori che da decenni aspettano un contratto dignitoso, menti all'estero. Mi sembra che si sia arrivati a un punto in cui si sia smesso non solo di finanziare la ricerca pubblica, ma anche le infrastrutture e le risorse umane per fare ricerca. Insomma mi sembra che, prima di tutto, ci sia bisogno di un'innovazione sia dei centri di ricerca, sia dello status dei nuovi ricercatori. Ho come l'impressione che confidare totalmente nel privato sia ingeneroso sia verso la ricerca non indirizzata (quella libera, che talvolta ha ottenuto risultati applicativi sorprendenti) sia verso la stessa impresa che mi sembra in Italia non abbia la forza né di finanziare la ricerca, né occasione di partire per prima nella produzione di nuovi prodotti. Sappiamo bene che la forza dell'impresa è o il basso costo della manodopera (e qui non possiamo certo competere con i paesi emergenti come la Cina) o la esclusività, la qualità e le novità del prodotto (e da qui proverrebbe l'importanza della ricerca). Lei cosa ne pensa?

Dunque, … una domanda così lunga ... Che la ricerca nel nostro Paese sia poco compresa, poco finanziata e poco incentivata è un fatto sancito dalle statistiche e dai dati di bilancio comparati. Nulla può aggiungersi.
Che le colpe non stiano solo da una parte è anch’esso un fatto. Che il nostro sistema accademico soffra di provincialismo e sia appesantito da stratificazioni di burocrazia e di riforme sovrapposte e per lo più incompiute è ancora un fatto. Insomma, dalla Storia non si prescinde. Sulle cause e concause potremmo discutere a lungo e servirebbe un trattato. In poche righe … alcune opinioni. La ricerca applicata – quella che si fa con le imprese (e troppo spesso solo PER le imprese) – non sta in piedi da sola. Essa si nutre dei risultati della ricerca “di base” – quella che io chiamo “ricerca spontanea” perché guidata solo dalla curiosità dello studioso – e cresce e si radica attraverso la “ricerca orientata” – quella parte, cioè, della ricerca spontanea che dirige il suo interesse verso obiettivi applicativi ma che non entra nel processo di costruzione della applicazione. Ecco, la “ricerca orientata” è quella che ha il massimo contenuto di innovazione, ma richiede supporto, quindi investimenti, spesso a fondo perduto; richiede quindi lungimiranza, e proiezione verso il futuro, che oggi sembrano assenti in questo paese. É curioso. Eppure tutti sappiamo – mi si consenta una banalità – che, per arrivare alla pagnotta sul tavolo, ci deve essere qualcuno che semina il grano molti molti mesi prima… Con i risultati della ricerca questo banale concetto non passa. Per avere innovazione nelle imprese e competitività ecc. occorre investire nella formazione di una classe dirigente consapevole della ricerca scientifica e nella produzione di sapere, insomma bisogna seminare prima per raccogliere poi. Molto banale.
Non solo. Occorre anche che il processo di produzione della conoscenza sia a sua volta competitivo – altrimenti si è comunque fuori mercato – e quindi servono strumenti, apparecchiature, e serve una forte selezione meritocratica. Abbiamo tutto questo?
No. Il vero problema non sono né gli studiosi negli scantinati, né il precariato (mi perdonino i tanti bravissimi “fantasmi” della ricerca). Lo so, sto dicendo una eresia. Il problema è il valore che si dà al lavoro di ricerca. Se un lavoro non ha valore, anche chi lo fa non ha un valore. Ecco dove dobbiamo concentrare i nostri sforzi: aumentare il valore di mercato del sapere, anzi – mi correggo – creare “un mercato” che non esiste più. Per creare un mercato bisogna agire in maniera attiva, introdurre competizione vera, mandare avanti i migliori, creare mobilità, contrastare l’autoreferenzialità, attivare incentivi, premi e – certo – anche avere il coraggio di dire a qualcuno “mi spiace, questa (la ricerca e lo studio) non è la tua strada”. Con queste premesse si avrà anche maggiore credito per “sfidare” governo e imprese sul terreno del sostegno alla ricerca.

Lei ora è investito della carica di Pro-rettore delegato per la ricerca. Le pongo una domanda che forse andrebbe fatta a chiunque copra ruoli dirigenziali in qualsiasi istituzione. Quali sono i suoi effettivi margini di manovra del “potere” che le è stato conferito? Le chiedo una risposta sia da un punto di vista di “libertà di manovra” diciamo amministrativa, burocratica, all’interno della democrazia degli organi decisionali dell’Ateneo, sia da un punto di vista economico.
E in merito a questo ultimo aspetto, il suo ruolo è più quello di stanziare le risorse disponibili nel modo più virtuoso possibile o di reperirne di nuove?

Cominciamo dalla seconda domanda, perché la risposta è più facile. Mi sto operando sia perché le risorse disponibili per la ricerca siano distribuite al meglio e in maniera equa, sia per procurarne di nuove. A questo, a dire il vero, è impegnato tutto il governo dell’Ateneo, né potrebbe essere diversamente in un momento di risorse in drammatico calo. Le situazioni di crisi, tuttavia, hanno un intrinseco elemento di positività – a volerlo trovare - perché costringono a fare delle scelte. Per esempio una scelta di non poco conto è quella di applicare quote “premiali” a tutte le allocazioni di risorse per la ricerca provenienti dalle finanze UniBo (budget dipartimentale, dottorati, assegni di ricerca ecc.) il che comporta, tra l’altro, l’utilizzo di strumenti di valutazione o la loro implementazione se non ancora disponibili e il fondamentale riconoscimento delle differenze nei modi, nei tempi e nei luoghi della produzione del sapere nelle diverse aree. Sul fronte del reperimento di nuove risorse ci si muove ad ampio raggio: dal potenziamento della nostra iniziativa europea, che ha avuto così tanto successo nel passato recente grazie al lavoro di ARIC, alla realizzazione del progetto “tecnopoli” che promette di portare a UniBo ingenti risorse umane e materiali da impiegare nella ricerca applicata e industriale, all’ampliamento della azione di raccordo con il mondo del lavoro e alla promozione di nuove iniziative (penso, ad esempio, a quanto fatto per il dottorato di ricerca e alle positive risposte che stanno arrivando dalle imprese e dalla Regione Emilia-Romagna). Non è possibile riassumere in poche righe il lavoro fatto in questi mesi dalla Giunta, ma le riforme e i regolamenti portati in fondo riguardano: ricercatori a tempo determinato, fondazione Alma Mater, centri interdipartimentali di ricerca industriale, dottorato di ricerca, osservatorio della ricerca e altre che stanno per arrivare a conclusione negli O.A. servono tutte a metterci in condizione di spendere meglio quanto abbiamo e di attirare nuove risorse. Tra queste risorse non dimentico quelle rappresentate dai nostri stessi laureati e dottori spesso attratti irreversibilmente in altri paesi per dottorati e postdottorati. Benissimo il riconoscimento esplicito del valore del nostro “prodotto formativo” ma UniBo, al termine di un indispensabile percorso di formazione internazionale, dovrebbe potersi riappropriare dei suoi elementi migliori. Dobbiamo lavorare anche a questo.
E così arriviamo alla prima domanda. Innanzitutto non è appropriato parlare di “potere”. “Potere” nell’attribuzione di risorse non ne ho ed è giusto che sia così – le decisioni sono collegiali e condivise. Come dico sempre, sono “un Ministro senza portafoglio … e nemmeno lo voglio”. L’ allocazione delle risorse deve discendere, a mio avviso, da meccanismi trasparenti, non necessariamente condivisi da tutti, ma da tutti elaborati, e quindi alla fine da scelte politiche responsabili. Quello che io posso e che chiunque può fare, quindi, è fare proposte, sollevare questioni e proporre soluzioni. Questa è la vera libertà di manovra. Certo, i meccanismi “costituzionali” del nostro Ateneo sono complessi, lenti, farraginosi e spesso inutilmente ripetitivi (da qui la disperata necessità di un nuovo Statuto che meglio definisca responsabilità e competenze), ma l’esperienza di questi primi mesi mi dice che, se si ha visione e determinazione, i risultati ci sono e sono visibili.

Ha appena citato ARIC e Tecnopoli. Può spiegarmi meglio di cosa si tratta, come operano istituzione e progetto? Può fornirmi qualche dato sull'attività e di successo?

ARIC, la nostra Area della Ricerca, è il motore della macchina che sostiene la attività di ricerca nel nostro Ateneo. Senza immaginazione, passione, tensione al risultato, curiosità e dedizione non ci può essere ricerca scientifica, ma senza una struttura amministrativa snella, pro-attiva sulla scena nazionale e soprattutto internazionale, che affianchi e assista i ricercatori nella individuazione dei programmi di ricerca, nelle creazione di nuove forme organizzative, nella diffusione della informazione e nella gestione dei risultati non ci sarebbero abbastanza risorse per la ricerca scientifica. UniBo si è guadagnata negli anni una reputazione molto forte, soprattutto per la capacità di accesso alle risorse europee e per essere stata antesignana nello sviluppo di sistemi di autovalutazione. I riconoscimenti non sono mancati: penso alla presenza di UniBo nella Commissione Ministeriale sulla internazionalizzazione della ricerca e in numerose piattaforme tecnologiche nazionali e penso ai posizionamenti nelle graduatorie internazionali. Successi che sono il frutto di un investimento di lungo periodo, ma i costi iniziali sono stati – a mio avviso - però ampiamente ripagati dalla “raccolto” in Europa (ca. 36 milioni di € in quasi 150 progetti finanziati), Ritengo che questo sforzo vada mantenuto e rafforzato. In questa stessa logica entra la nostra partecipazione alla costituzione dei tecnopoli della Regione Emilia Romagna. L’idea guida è la realizzazione di una rete di collegamento tra la capacità di svolgere ricerca applicata nelle Università e Centri di Ricerca in Regione e la domanda di ricerca e di innovazione che proviene dalle imprese. Il tutto reso possibile dai finanziamenti europei del POR-FESR. E’ una sfida notevole. Certo ci sono risorse fresche da intercettare (ca. 21 milioni di €, e di questi tempi…), e opportunità professionali per tantissimi dei nostri ricercatori soprattutto nelle aree più tecnologiche e applicative, ma c’è anche la necessità di dare prospettiva al disegno una volta cessate le risorse europee convogliate (e meritoriamente!) dall’assessorato alle attività produttive della Regione. La scommessa si vince se si riesce ad avviare un volano di scambi università-imprese che sia in grado di autoalimentarsi nel giro di qualche anno. Non è cosa da poco in tempi di crisi. Mi auguro che il colleghi coinvolti nei nascenti centri interdipartimentali di ricerca industriale (CIRI) abbiano questo bene a mente e lo inseriscano nel DNA dei giovani che verranno reclutati per portare avanti i progetti di ricerca industriale.

Su cosa ha puntato i suoi sforzi iniziali quale Prorettore alla Ricerca?

In parte credo di aver già risposto. Ci siamo occupati di molte cose e non ci sarebbe spazio per discuterle tutte. Una “criticità” che richiedeva immediata attenzione è stata quella del dottorato di ricerca che assorbe risorse ingenti e non solo materiali. Abbiamo avviato un’opera di riforma con diversi obiettivi. Li elenco in maniera schematica: a) riconoscere le differenze metodologiche e di scopo dei diversi dottorati; b) liberalizzare e snellire sia le prove di ammissione sia la organizzazione della attività formativa; c) consentire le partenze anticipate dei dottorati; d) semplificare l’offerta dottorale e ridurre il numero dei dottorati; e) de burocratizzare le procedure; f) introdurre criteri meritocratici nella ripartizione delle borse; g) definire parametri di valutazione adeguati. Anche se con qualche fibrillazione, l’Ateneo ha risposto bene. Abbiamo fatto anche qualcosa in più: abbiamo dato visibilità al “doctor bononiensis” portandolo fin in Comune in Palazzo d’Accursio. Una “prima volta” alla quale seguiranno altre occasioni per presentare le ricerche dei nostri dottorandi al mondo “fuori” dall’Ateneo. C’è un obiettivo strategico? Certo. Vogliamo (e dopo 25 anni sarebbe anche ora…) fare uscire il dottorato di ricerca dallo stereotipo dell’ “allevamento per la carriera universitaria” – sbagliato da sempre e certamente ancora più debole in questa fase storica – per farlo evolvere definitivamente verso quello che il dottorato rappresenta in tutto il mondo universitario: il terzo e più avanzato livello della formativa accademica, la “formazione attraverso la ricerca”. E’ chiaro che la partita non finisce qui, ma anzi da qui comincia. Si tratterà di tessere relazioni con gli altri Atenei della Regione, con gli enti di ricerca e con il sistema delle imprese e del terziario. Si tratterà di accrescere scambi e mobilità e anche la nostra capacità di attrazione internazionale. Così contribuiremo allo sviluppo con la ricerca.
 

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24 luglio

a) CIRI – tra giovedì e venerdì sono stati eletti i direttori di 6 dei 7 Centri Interdipartimentali di Ricerca Industriale, L’ultimo (CIRI ICT) sarà eletto lunedì. Ci sono stati problemi con le unità operative perché il quorum (3/4 degli aventi diritto) è risultato eccessivo. Vedremo di modificare il regolamento al più presto. Il risultato è comunque ottenuto: entro la fine di luglio i CIRI hanno un loro direttore al quale competerà di riconvocare i CIRI per la nomina dei responsabili mancanti di UO. Saremo pronti con la “governance” dei CIRI per le convenzioni con RER.

b) ASTER – L'assemblea oltre al bilancio ha approvato la partecipazione industriale alle rete e alle piattaforme. Va detto – ed è stato unanimamente riconosciuto – che le imprese sono entrare nei comitati delle piattaforme della rete a peso pieno, dando un segnale molto forte di assunzione di responsabilità da parte delle imprese.

c) Centri di risorse per la ricerca - CRR - con ARIC abbiamo incontrato i proponenti dei Centri di Risorse per la Ricerca selezionati dalla commissione della CRIC. I primi due incontri hanno riguardato il CRR “stabulari” e il CRR “multimediale”. Le problematiche della stabularizzazione sono molto vaste e la situazione rischia veramente di bloccare le attività di ricerca di alcuni dei gruppi più produttivi. Gli stabulari presentano problematiche sui generis e hanno grosse implicazioni infrastrutturali e gestionali. Mi sono convinto che NON esiste la soluzione che accontenta tutti e quindi come diceva un mio amico indiano “se non puoi accontentarli tutti, accontentane alcuni” e questo vuol dire scegliere quali, oppure scegliere alcuni prima e altri dopo. Ai primi di settembre incontreremo anche il CRR “bio-pharma-med” – per il quale molte risorse sono già state investite.

d) Dottorato - si è svolto giovedì il secondo incontro in RER sul progetto del dottorato sostenuto dalla Regione. Per buona sostanza si sta discutendo di finanziamenti indirizzabili a borse di dottorato già dal XXVII ciclo – i presupposti ai quali stiamo lavorando sono 1) finanziare in modo complementare al FESR (cioè aree coinvolte nei TCP), 2) forme di cofinanziamento, 3) forme collegate al placement e alla internazionalizzazione, 4) forme di cooperazione interuniversitaria su base regionale. La prospettiva è molto interessante, non solo per gli aspetti finanziari (che non guastano) ma anche per le implicazioni sulla visibilità e crescita del terzo livello formativo delle Università RER. In questo senso ritengo importante anche aumentare il coordinamento con la formazione di I e II livello e con il master.

e) Dottorato internazionale in collaborazione con ARIC e DARI stiamo lavorando alla definizione del protocollo da seguire in caso di relazioni internazionali nuove o vecchie nell’ambito del dottorato. Insieme a Carla Salvaterra stiamo esaminando una procedura che preveda di acquisire il parere della scuola (collegio dei direttori e coordinatori) in via preliminare alla attivazione presso ARIC e quindi DARI delle procedure per la stesura di accordi internazionali. In questo modo si pensa di poter meglio coordinare - e possibilmente incentivare - la internazionalizzazione del dottorato. 

f) In tutte le conversazioni associate al terzo livello della formazione - quello dottorale - con interlocutori non accademici (imprese, RER, MISE ecc) emerge sempre più chiara la necessità di fare sforzi da parte degli atenei per qualificare meglio il III livello come il massimo livello formativo e per immettere sul mercato del lavoro dottori di ricerca di età più accettabile per l’inserimento professionale. Bisogna avviare un ragionamento aperto su come fare e cosa fare per spingere il sistema a convergere su 3 + 2 + 3 = 8 e non 10, 11… riducendo i tempi morti tra i tre passaggi.

g) Associato a questo anche se meno "strutturato" c'è un punto che a me sta molto a cuore: il degrado associato alle lauree. Abbiamo fatto - credo - una cosa bellissima richiamando qui i migliori diplomati (niente tasse per i 100 e lode) e premiando i migliori studenti delle diverse facoltà e sostenendo il Collegio Superiore per gli studenti meritevoli. Stiamo facendo della “meritocrazia militante” e non solo a parole e questo è importante. E’ un’ottima cosa però penso che si debba anche curare l’immagine del nostro “prodotto”… il laureato e il dottorato portando la sequenza dei valori laurea triennale, laurea magistrale, dottorato nella corretta direzione, abbassando il significato del titolo triennale (e rimuovendo la ipocrisia - anzi la menzogna - del titolo di "dottore" ad essa associato). 

Buon fine settimana
Dario
 

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10 Luglio

Lo so, non sto caricando nulla di recente, eppure che tante cose sono in ballo sia in Ateneo sia nel resto del Paese

Ho in animo di intervenire sulla vicenda dei ricercatori, e anche sul DL Gelmini, e anche sui "posti Mussi" e anche sulla questione del precariato ma i miei lettori (che continuano a essere stranamente numerosi) devono avere pazienza ... sto dedicando tutto il tempo libero dal lavoro di Prorettore a scrivere pubblicazioni con i miei collaboratori. E' un dovere anche quello.

Riporto quindi una recente intervista con Alison Abbott di Nature - In realtà ho detto molte più cose e anche cose un po' diverse da quelle riportate ma va bene.
 

Strikes could 'break' Italy's universities

Action by junior staff would cripple teaching.

Alison Abbott

Science teaching in Italian universities could be crippled if tens of thousands of junior staff make good on threats to strike later this year. The 'ricercatori' (researchers) are protesting harsh university budget cuts and a looming reform bill, which threaten their futures.

The bill was designed to align Italy's struggling university system with international norms by, among other measures, eliminating the ricercatore position and introducing instead a tenure-track system. It is broadly welcomed in university circles, but massive funding cuts may make its goals unachievable.

Ricercatori — the lowest academic grade, beneath 'associate professor' and 'full professor'— currently move up the academic scale by applying for open positions in competitions organized by the government. The proposed tenure-track system would instead offer young scientists three-year contracts that could be renewed once. If a central panel of experts then judged them suitable for tenure, they would be placed on a 'habilitation' list; universities would consider listed academics for professorships. But the law does not offer a way for existing ricercatori to get on the list. "We are afraid we will be stuck as ricercatori for the rest of our lives," says neuropsychologist Alessia Tessari, a researcher at the University of Bologna.

A survey conducted at the University of Turin suggests that two-thirds of Italy's 25,000 ricercatori will stop teaching courses and running exams during the strike. A walkout on this scale "will break the university system", says chemist Dario Braga, pro-rector for research at the University of Bologna. Ricercatori are not obliged to teach, but in practice they run a significant proportion of courses, particularly in the sciences.

Enrico Decleva, rector of the University of Milan and head of the Conference of Italian University Rectors, admits that the strike would be crippling. "But we also have a much bigger problem," he says. "The huge budget cuts will hit the universities at every level."

Tessari says that she and many other ricercatori plan to strike as much to protest the budget threat as to protect their positions. Last year, the government decided to slash the already tight university budget from €7.49 billion (US$9.27 billion) to €6.05 billion between 2009 and 2012, a fall of 19%. In addition, an emergency financial budget now under discussion in parliament, which is intended to save about €24 billion in public spending by 2012, would allow universities to fill just one post for every five vacated over the next three years and one for every two in 2014, almost wiping out recruitment.

Most agree that Italy's universities are badly in need of reform. But the cuts may make it impossible to raise standards and increase universities' autonomy, two goals of the reform bill. A net of complex rules, some of which are in a constant and paralysing state of flux, stymies the universities. Academic recruitment and promotion — a mostly centralized procedure — had in any case almost ground to a halt for five years before a trickle of new posts were opened this year, because controversial selection rules were being revised. Powerless to hire, universities will not be able to take advantage of the reforms.

The reform bill is scheduled to be approved before August, but that date is likely to slip. In the meantime, academics are lobbying for compromises. Decleva says, for example, that the government must ensure that researcher-grade scientists can compete with new tenure-trackers for promotion to associate professors.

If these changes don't happen, and the ricercatori carry out their threat to strike, universities may find themselves unable to open for teaching in September. The number of courses in Italian universities rose from 116,000 in 2001–02 to 172,000 in 2007–08, and without the army of ricercatori there will not be enough professors able to take over, says Decleva.


Dario Braga

28 Giugno

L’Università di Bologna ha bisogno del nuovo Statuto. Non solo ma di certo. Dopo otto mesi trascorsi all’interno del sistema UniBo ne sono più che mai convinto.
Vero è che statuti e regolamenti sono solo metà, a volte anche meno della metà, di quanto serve al funzionamento di istituzioni. L’altra metà è fatta dagli uomini e dalle donne. Vedo e partecipo agli sforzi quotidiani di quanti nell’amministrazione e nel governo dell’Ateneo o negli organi accademici operano per far funzionare e, laddove possibile, migliorare l’Università di Bologna. Ma è come correre nell’acqua. Avete mai provato a correre con l’acqua alla cintola? Ecco perché serve un nuovo Statuto.

Quello che abbiamo - e che già per due volte in anni recenti abbiamo cercato di cambiare ­ è oggi il risultato della stratificazione di norme e di consuetudini prodotte dal continuo mutare del quadro di riferimento nazionale. Lo statuto reale (come avversativo di teorico) è fatto di pezzi sovrapposti e mai sostituiti e di responsabilità sparpagliate, intersecate e ripetute tra Rettore, Giunta di Ateneo, Senato Accademico, Consiglio di Amministrazione e Collegio dei Direttori di dipartimento. Una sorta di “sistema tricamerale”, imperfetto.
Faccio un esempio concreto: prendiamo la recente riforma del dottorato di ricerca operata da UniBo. L’approvazione del nuovo regolamento ha richiesto cinque passaggi formali: giunta, commissione ricerca, collegio dei direttori, consiglio di amministrazione, senato accademico.
La ripartizione delle borse di studio che ne è stata conseguenza ne ha richiesti anche di più. Ogni passaggio, sia esso istruttorio o deliberante, ha un “tempo tecnico” (dalla preparazione dell’ordine del giorno formale, alla delibera e alla approvazione del verbale, passando per discussione, verbalizzazione ecc) di non meno di tre settimane… Il conto è presto fatto, quattro, cinque mesi. Se la proposta iniziale subisce variazioni rilevanti, si ricomincia per una seconda lettura, e a volte si arriva persino a una terza. Molti argomenti vengono discussi in tutti e tre i “rami del parlamento”. Alcuni colleghi che sono presenti per varie ragioni in più consessi partecipano alla stessa discussione anche tre o quattro volte. E’ un turbine di pratiche, di riferimenti caricati e scaricati, di verbali da scrivere e verificare. Questo processo di per sé non è male, si potrebbe sostenere che è complesso ma comunque in grado di garantire trasparenza e verificabilità. Non è così per tre motivi. Primo perché ha una “scala dei tempi” incompatibile con il mutare degli eventi esterni, secondo perché diluisce le responsabilità cosicché nessun organo è più veramente deliberante, ma tutti sono di fatto organi consultivi, e terzo perché la lentezza rende la trasmissione delle informazioni, la comunicazione e quindi la partecipazione del corpo docente e del personale, difficilissima. E il collega che incontri per strada, non conoscendo il meccanismo, ha ben ragione di chiederti e senza malizia “ma cosa state facendo lassù?”.

Ecco perché abbiamo bisogno di un nuovo Statuto. La riduzione del numero di “camere”, la semplificazione della loro composizione, e la
definizione precisa e distinta delle responsabilità sembrano obiettivi minimi ed essenziali a prescindere dall’esito della discussione del DL Gelmini.

Dario Braga

13 Giugno

Cari lettori

Anche oggi, un breve aggiornamento - non esauriente - su quanto è stato fatto nell'area della ricerca con qualche nota personale.

OSSERVATORIO DELLA RICERCA
 Il SA di martedì scorso ha approvato il nuovo regolamento dell'Osservatorio della Ricerca.  Le modifiche sono sostanziali ma non tali da alterare la missione e la funzione dell'OR. Dal punti di vista organizzativo, le modifiche principali possono essere così riassunte: L'OR sarà costituito sulla base delle 14 aree CUN invece dei 18 membri in rappresentanza delle macroa-aree di UniBo. E' inoltre prevista la possibilità che, per portare avanti determinate discussioni e confronti, l’OR si organizzi in sezioni che riporteranno tuttavia le risultanze delle discussioni / proposte ecc in riunione plenaria.
Altra novità di rilievo è la costituzione di “panel” di esperti docenti di UniBo che affianchino il singolo "osservatore" nel lavoro di valutazione per garantire una "copertura" disciplinare ampia soprattutto in quei comitati (es 10 e 11) dove il ventaglio disciplinare è estremamente variegato. 
In ultimo, è stato introdotto il concetto di "peer review" dell'opera di valutazione. Ogni tre anni le classificazioni della produzione scientifica operata dell’OR saranno sottoposte vaglio di una commissione tutta esterna all’Ateneo di Bologna.
 

Con queste modifiche si intende da un lato irrobustire l'opera dell'OR riconoscendo maggiormente le differenze tra le diverse aree e aumentandone l'efficienza grazie alla possibilità di organizzarsi in gruppi di lavoro più ridotti e di avvalersi, in maniera palese, dell'apporto di altre competenze. La idea della "valutazione della valutazione" inoltre darà all'Osservatorio stesso e a i suoi membri ancora maggiore autorevolezza perchè lo porrà al riparo da ingiustificate accuse di autoreferenzialità. Il raccordo con il governo dell'Ateneo da un lato e con il sistema dei Dipartimenti dall'altro sarà garantito dalla presenza, quali invitati permanenti, del Prorettore alla Ricerca e del Vice Presidente del Collegio dei Direttori.

Personalmente sono molto contento che UniBo sia già allo stadio di aggiornare il suo strumento di autovalutazione della ricerca sulla base di una esperienza ormai più che decennale, laddove tanti altri Atenei prestigiosi come il nostro arrivano solo ora, e spesso facendo tesoro proprio della esperienza bolognese, a dotarsi di organismi analoghi. Come ho avuto modo di affermare in SA, L’Ateneo di Bologna ha – meglio e prima di altri – metabolizzato il principio della valutazione. E’ un “posizionamento” che ci rende più pronti ad affrontare la valutazione quinquennale della ricerca e le necessità crescenti di ripartire le risorse su base meritocratica.

DOTTORATO DI RICERCA
Si è svolta in Regione, promossa dall’assessore regionale Bianchi, una riunione dei responsabili della ricerca degli Atenei per avviare un tavolo di confronto su diversi aspetti della ricerca.
Il primo punto trattato è stato quello del dottorato di ricerca. Il dottorato in RER vede la formazione di circa 500 dottori/anno tra le quattro università, con un impegno finanziario di ca. 30.000.000 di euro per ogni ciclo triennale. A fronte di un investimento umano e materiale così massiccio (al quale si aggiungono i dottorati senza borsa e quelli sostenuti da fondi privati) le imprese e i servizi della RER ben poco si approvvigionano dal dottorato per la sua classe dirigente e per il suo sistema R&D.
Sono state avanzate alcune proposte che - se accolte - potrebbero godere di sostegno finanziario e di coordinamento da parte della RER:
a) avvio di un dottorato di ricerca “orientato” alla immissione dei dottori di ricerca nel mondo del lavoro mediante forme di co-finanziamento delle borse RER-Imprese (imprese in senso lato: servizi, terziario, società anche pubbliche ecc.)..
b) condizioni incentivanti alla internazionalizzazione (penso a vouchers per l’alloggio, ad esempio, o rimborsi di mobilità ecc.) che integrino il salario del dottorato e mediante la rimozione degli ostacoli alla partecipazione di stranieri alle nostre selezioni (norme immigrazione, bandi in lingua inglese, interviews via skipe ecc.). (Si noti che non è detto che questo schema debba necessariamente essere solo per “stranieri” – questo o altro sistema analogo – potrebbe servire anche per aumentare lo scambio di laureati magistrali con altre regioni);
c) formazione integrativa svolta dagli Atenei su argomenti tipicamente assenti dai curricula di molti corsi (penso alla creazione di impresa, alla gestione della proprietà intellettuale, brevettazione, business planning, elementi di struttura societaria e cooperativa … ).
La proposta nasce da UniBo ed espande sull’esperimento che stiamo facendo, insieme al Prorettore agli Studenti con il programma FIXO di Italia Lavoro (selezione di alcuni dottorandi, formazione supplementare e immissione in settori privati mediante incentivi fiscali).
 

 

4 Giugno 2010

Nei prossimi giorni dovrebbe andare a completamento la riforma dell'Osservatorio della Ricerca.

E' un passaggio importante. Dopo più di dieci anni di attività l'OR ha certamente bisogno di un po' di "manutenzione" e di aggiornamento della sua missione. L'OR ha svolto una azione diretta - quella di organizzare l'anagrafe e la classificazione della produzione scientifica dell'Ateneo - e una, non meno rilevante però, funzione indiretta - quella di educare il sistema-ateneo all'idea della valutazione. Oggi il nostro Ateneo si trova meglio equipaggiato di altri ad affrontare i passaggi della valutazione quinquennale della ricerca e dell'ANVUR.

Va tenuto a mente tuttavia che "non sono mai i regolamenti che determinano i risultati politici" mentre molto dipende dalle linee di indirizzo e dagli obiettivi che si intendono raggiungere.

Altro

1) CIRI – I Dipartimenti interessati dovrebbero aver iniziati le procedure per il varo dei sette CIRI previsti dall’accordo di programma entro la metà di luglio.
2) VQR – I direttori di dipartimento sono ora in grado di conoscere tutta la produzione scientifica dei loro dipartimenti. La norma istitutiva della VQR prevede che ogni docente e ricercatore fornisca almeno due prodotti scientifici nell’arco del periodo 2004-2008. I docenti/ricercatori scientificamente improduttivi “pesano” in negativo sulla valutazione del dipartimento e quindi dell’Ateneo.
3) Ricercatori “Mussi” – dobbiamo affrontare il riparto dei posti da ricercatore tra le diverse strutture. E’ importante che si tengano in conto le esigenze di ricerca in particolare per la quota di posti “Mussi” che è destinata specificatamente al potenziamento della ricerca scientifica. Le esigenze di ricerca si manifestano nei Dipartimenti e quindi è ragionevole che i Dipartimenti siano i primi ad esprimersi - almeno per la quota di posti "Mussi" - scegliendo tra le diverse motivazioni quali, ad esempio, (1) accrescere la capacità di ricerca di punta oppure (2) consentire l'avvio di nuove linee di ricerca oppure (3) garantire continuità a linee di ricerca di qualità che si stanno esaurendo per uscita di scena di studiosi.
4) Centri di risorse per la Ricerca – CRR – E’ stato avviato il riesame dell’intero pacchetto CRR con l’obiettivo di individuare le priorità di intervento. L’analisi preliminare condotta in Giunta e in Commissione ricerca scientifica ha mostrato che il numero di proposte da portare in priorità alta si riduce molto se vengono prese in considerazione le sovrapposizioni con le altre iniziative avviate nell’ambito dei tecnopoli .

 

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30 maggio 2010

Bene, è andata bene, anzi benissimo.

La ricerca c’è e si è fatta vedere.

Si è fatta vedere attraverso la determinazione e l’entusiasmo dei dottoranti che hanno presidiato i loro lavori in Palazzo d’Accursio e attraverso la curiosità, quasi sorpresa di tanti – tantissimi – visitatori, colleghi, dottorandi, cittadini, compresi gli sposi che si sono fatti fotografare tra i poster dottorali in sala D'Ercole.

(?) “ricerca in Comune” (?) o “ricerca in comune” (?) o “Ricerca in comune” (?) oppure – certo – forse meglio “Ricerca in Comune” (?).

E’ andato bene, lo rifaremo ancora. E’ stato un passaggio forte, compensatorio direi, dopo le fibrillazioni e le polemiche (inevitabili) che hanno accompagnato la riforma del dottorato di UniBo fino al suo ultimo passaggio: la ripartizione su base valutativa della seconda trance di borse di studio.
Una Università di ricerca, una grande Università non può non avere una forte sistema dottorale. E’ nel dottorato che si misura la capacità di esprimere la ricerca scientifica in tutto il mondo. E’ solo con il dottorato che – nel mondo – anche in quello "sottosviluppato" – che si diventa “dottori”! [Noi qui continuiamo a fare gli eserciti di generali – tutti dottori dopo tre anni di studio universitario (e via con i coretti imbecilli…) – e per farli tutti generali qualcuno è anche pronto a invocare qualche “decreto regio”, continuiamo a prenderci in giro … ]

Bene, UnIBo ha avviato una strategia di sviluppo del suo dottorato. Vuole farlo conoscere in Italia e nel mondo, usarlo per attrarre forze nuove e nuove risorse e per creare un mercato del lavoro.

Oltre a questo, nelle prossime settimane ci aspetta:
1) CIRI – Venerdì scorso abbiamo riunito tutti i soggetti interessati al varo dei centri interdipartimentali di ricerca industriale. Abbiamo comunicato la “road map” che dovrebbe portarci al varo dei sette CIRI previsti dall’accordo di programma entro la metà di luglio.
2) VQR – I direttori di dipartimento sono ora in grado di conoscere tutta la produzione scientifica dei loro dipartimenti. La norma istitutiva della VQR prevede che ogni docente e ricercatore fornisca almeno due prodotti scientifici nell’arco del periodo 2004-2008. I docenti/ricercatori scientificamente improduttivi “pesano” in negativo sulla valutazione del dipartimento e quindi dell’Ateneo.
3) Ricercatori “Mussi” – dobbiamo affrontare il riparto dei posti da ricercatore tra le diverse strutture. E’ importante che si tengano in conto le esigenze di ricerca in particolare per la quota di posti “Mussi” che è destinata specificatamente al potenziamento della ricerca scientifica. Le esigenze di ricerca si manifestano nei Dipartimenti e quindi è ragionevole che i Dipartimenti siano i primi ad esprimersi - almeno per la quota di posti "Mussi" - scegliendo tra le diverse motivazioni quali, ad esempio, (1) accrescere la capacità di ricerca di punta oppure (2) consentire l'avvio di nuove linee di ricerca oppure (3) garantire continuità a linee di ricerca di qualità che si stanno esaurendo per uscita di scena di studiosi.
4) Osservatorio della ricerca – Presto verrà sottoposto al SA il nuovo regolamento dell’osservatorio della ricerca, modificato per tenere conto della esperienza ormai più che decennale e per metterlo in grado di affrontare l’evoluzione del sistema di valutazione nazionale e internazionale e di rispondere alle esigenze mutate dell’Ateneo.
5) Centri di risorse per la Ricerca – CRR – E’ stato avviato il riesame dell’intero pacchetto CRR con l’obiettivo di individuare le priorità di intervento. L’analisi preliminare condotta in Giunta e in Commissione ricerca scientifica ha mostrato che il numero di proposte da portare in priorità alta si riduce molto se vengono prese in considerazione le sovrapposizioni con le altre iniziative avviate nell’ambito dei tecnopoli .

Insomma, lavoro non manca

Dario Braga

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21 Maggio

Questa volta la focalizzazione è sull'evento che stiamo organizzando per dare visibilità al "doctor bononiensis"

anche se con tempi molto stretti, siamo riusciti ad avviare la realizzazione dell’ iniziativa "la ricerca c'è e si vede".

La manifestazione si svolgerà nei giorni 28 e 29 p.v in sala D’Ercole in Palazzo d’Accursio con la esposizione in forma di poster delle attività di ricerca dei nostri dottorandi.

Lo scopo è quello di dare visibilità al vasto e variegato mondo della ricerca scientifica. Sarà "la prima volta" in molte cose:
a) la prima volta che il dottorato di ricerca viene "messo in mostra"
b) la prima volta che dottorandi di campi e discipline diversissimi si troveranno fianco a fianco
c) la prima volta che la ricerca dell'Ateneo verrà portata in Municipio, grazie all'ospitalità del Comune di Bologna

La risposta dei dottorandi è stata al di là delle aspettative. Il limite di 150 poster è stato raggiunto largamente in anticipo sulla scadenza. Stiamo già prevedendo una seconda edizione della manifestazione per dopo l’estate.

Non sfugga che anche questa iniziativa, come quella - certamente complessa e in via di completamento - di riforma del dottorato - si inseriscono in una iniziativa di valorizzazione del "doctor bononiensis" sia come terzo - e più alto - livello di formazione, sia come momento di partecipazione alla produzione del sapere.

Molto ci aspetta: 1) l'internazionalizzazione "da fuori verso dentro" che faccia aumentare la nostra capacità di attrazione (ottimo esempio e l'accordo che UniBo sta per sottoscrivere con la Repubblica Domenicana per il finanziamento da parte di una fondazione di quel paese di borse di studio di dottorato a Bologna); 2) il "dottorato industriale" da collegare alla formazione alla ricerca industriale e quindi con finalità proprie e modalità di finanziamento proprie (il collegamento alle piattaforme tecnologiche e ai tecnopoli è una strada da esplorare); 3) il dottorato in ambiente clinico laddove la formazione attraverso la ricerca può richiedere approfondimenti e collegamento alla attività clinica.

L'obiettivo fondamentale rimane quello di potenziare il mercato del lavoro del dottorato. Al raggiungimento di questo obiettivo UniBo può contribuire molto.

 

Dario Braga
 

8 maggio

Cari Colleghi

Mi scuso per l'assenza più lunga del solito.
 
Un breve aggiornamento:
 
Dottorato: Si è conclusa la prima fase. Il numero di dottorati è ora 51, con tre scuole monodottorali (scienze agrarie, scienze veterinarie e scienze chimiche) e un numero non ancora certo (intorno alla decina) di dottorati che intendono partire "in anticipo" avviando le attività formative con l'inizio del nuovo anno accademico e non del nuovo anno solare. Mi sento in dovere di ringraziare tutti i colleghi direttori di scuole e coordinatori di dottorato per la sostanziale adesione al progetto di riforma, e ringrazio i colleghi di ARIC per avermi assistito ininterrottamente in questa fase delicata.
La seconda fase sarà ancora più delicata. Si tratta ora di convergere sui criteri di ripartizione delle borse di studio della quota così detta "premiale" (ma chi ha inventato questo termine?) che servirà a completare il quadro delle risorse a disposizione del "doctor bononiensis" XXVI ciclo.
Ovviamente la razionalizzazione e riorganizzazione del dottorato di ricerca non è che il primo - indispensabile - passo per il lancio del dottorato di UniBo, sia per quanto riguarda il "fund raising", la possibilità cioè di attrarre maggiori risorse dall'esterno sul dottorato, sia per quanto riguarda l'inserimento nel mondo del lavoro dei nostro dottori. Terreno questo nel quale una grande Università come quella di Bologna può fare molto.
 
Centri interdipartimentali di ricerca industriale Con l'approvazione da parte della giunta e la discussione in commissione ricerca e collegio dei direttori inizia ora l'iter formale per la approvazione del regolamento di funzionamento dei CIRI. Parallelamente verranno discussi i piani finanziari per il cofinanziamento cash/kind da parte dei Dipartimenti.
 
Centri di Risorse per la Ricerca. I CRR nascono come modello organizzativo per la gestione di grandi risorse strumentali e servizi che agevolino i ricercatori nella realizzazione dei lori progetti di ricerca. Razionalizzando l’impiego delle risorse dell’Ateneo destinate alla ricerca, hanno lo scopo di offrire ai ricercatori servizi di alta qualità grazie alla condivisione di grandi risorse strumentali, difficilmente gestibili da un unico dipartimento, ottenendo al contempo anche un parziale autofinanziamento dall’erogazione di servizi a pagamento a soggetti esterni all’università. Nei due bandi successivi del novembre del 2008 e del giugno 2009, nei quali si invitavano i Dipartimenti e le altre strutture di ricerca a manifestare il loro interesse e le loro iniziative per la realizzazione di CRR. Indubbia è la necessità di selezionare e dare priorità ai diversi progetti avanzati. In particolare, visto 1) il tempo trascorso; 2) la attuale contingenza economico-finanziaria; 3) la firma dell’accordo di programma con la RER per la nascita dei tecnopoli. È opportuno analizzare le proposte raccolte e quindi la destinazione dei finanziamenti tenendo in conto: 4) le possibili sovrapposizioni (anche in termini di conferimento e dazioni di tempo e apparecchiature) tra CIRI e CRR; 5) la sussistenza o meno degli interessi nelle diverse comunità e la sostenibilità dei CRR nel tempo; 6) l’aderenza alle linee strategiche dell’Ateneo.
Detto questo, bisogna resistere alla tentazione – pur assolutamente giustificabile – di riversare tutte le risorse o buona parte di essa sulle risorse umane (penso, ad esempio, al dottorato di ricerca) ma è pur vero che avere molti dottori di ricerca privi di strumenti aggiornati con cui fare ricerca è un doppio spreco di risorse. E’ mia convinzione profonda che nei momenti di crisi pur cum grano salis si debba investire.
Osservatorio della Ricerca. L’Osservatorio della ricerca svolge un compito essenziale e insostituibile per l’Ateneo. E’ indubbio, e accettato anche dai più critici, che l’OR – pur nelle mille difficoltà generate dalla eterogeneità dei prodotti della ricerca e dalla necessità spesso di ricorrere a valutazioni soggettive e non oggettive – ha contribuito a far crescere in Ateneo la cultura della valutazione e ad accettare, dire “metabolizzare”, l’idea che le risorse vadano distribuite come risultato della valutazione. Tuttavia, è da più parti avvertita l’esigenza che l’OR e tutte le componenti del percorso di valutazione (OR, garanti, dipartimenti) per ripartire RFO, budget integrato, assegni, dottorati ecc. richiedano ormai qualche intervento di aggiornamento. L’occasione del rinnovo di buona parte dei membri dell’attuale OR è quindi propizia. Ritengo quindi che sia giunto il momento di riformare questo sistema per renderlo più robusto, meno ridondante, meno autoreferenziale, e più efficiente in termini di uso del tempo dei nostri ma perché ciò avvenga bisogna che il livello di affidabilità del sistema sia più elevato e con minori intermediazioni.
 
Dario Braga
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17 Aprile 2010

E' stato (ed è) un  momento molto impegnativo.

La riforma del dottorato di ricerca è in piena fase di attuazione. La aggregazione di tanti dottorati richiede uno sforzo considerevole ma - complessivamente - il corpo docente sta reagendo bene alla domanda. I più comprendono che attraverso la aggregazione di dottorati si sta sperimentando la aggregazione di aree. I Colleghi si stanno "allenando" alla creazione di strutture di ricerca più omogenee (i dipartimenti) - che sono e saranno le sedi "naturali" del dottorato di ricerca. La scuola di veterinaria ha già scelto di creare un solo dottorato di ricerca e la stessa cosa è stata fatta ad Agraria.

Rimangono molti punti in discussione. Uno di questi è la numerosità del Collegio dei docenti. In alcuni dottorati, anche come conseguenza delle aggregazioni, il numero è lievitato ben oltre il già altissimo numero di 30 previsto dal nuovo regolamento. Vale la pena di ricordare che il regolamento ministeriale del dottorato parla esplicitamente di un numero di docenti per il collegio "proporzionato" al numero di dottorandi. E' quindi impensabile legare il ventaglio delle opportunità culturali e disciplinari di una qualsiasi area (sia essa la chimica, o l'economia, o le lingue, o la letteratura straniera) alla numerosità del collegio dei docenti quando valutato in rapporto al numero di dottorandi.
In altre parole - più spicce - non è necessario fare parte del collegio dei docenti per insegnare in un dottorato o per essere supervisore di tesi o per partecipare alle attività di questo o quel dottorato. Aggiungo che le nuove "linee guida" per la didattica, recentemente approvate dal SA, consentono che chiunque sia coinvolto in attività del dottorato possa chiedere il riconoscimento del carico didattico nel computo delle 120 ore senza alcuna relazione con la appartenenza o meno a un collegio di docenti. Le differenze culturali devono trovare sistemazione in una sapiente e corretta gestione delle risorse all'interno delle comunità. Il dottorato dovrebbe quindi essere aperto e prevedere al suo interno articolazioni che di volta in volta diano spazio ai diversi filoni di ricerca e di studio. La presenza di metodiche e di finalità diverse all'interno di un dottorato non sono per sé un ostacolo e l'articolazione in curricula consente di accomodare queste differenze.

Altro punto rilevante è quello della quota premiale . La Giunta di Ateneo ha già esaminato in via preliminare sia possibili criteri di assegnazione delle borse di studio della quota premiale (che dovranno essere 1/3 di quelle assegnate su base storica) sia i criteri da mettere in campo per la valutazione futura dei nuovi dottorati. Due sono i criteri accettati: a) che la assegnazione della quota premiale avvenga ancora alle scuole e non ai dottorati (anche se proveniente dalle valutazioni dei dottorati fino al XXIV oppure alla valutazione dei dipartimenti oppure a entrambi), b) che la successiva valutazione si fondi sul principio del riconoscimento delle differenze di metodo e di obiettivi dei diversi dottorati.

Dario Braga

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L'evoluzione dei tecnopoli

Altro campo che ha assorbito e sta assorbendo molte risorse è la gestazione dei centri interdipartimentali di ricerca industriale (CIRI) e la discussione in corso sulla governance di ASTER - Associazione Scienza e Tecnologia dell'Emilia e Romagna - e sui riflessi che questa ha sulla organizzazione e funzionamento della rete dell'alta tecnologia che ci vedrà partecipi con i 7 CIRI.

Il regolamento di funzionamento dei CIRI è pronto per iniziare l'iter formale di discussione negli OA che contiamo possa concludersi in tempi brevi in modo da poter dare ai Dipartimenti e alle strutture di ricerca tempi e modi per le deliberazioni di conferimento di risorse ai Centri. Per quanto riguarda ASTER il nuovo statuto è stato approvato e rimane solo da decidere in Assemblea dei Soci l'organizzazione della rete e la costituzione dei comitati di piattaforma e del comitato di indirizzo della rete. Entrambi i comitati vedranno, a livello diverso, la partecipazione delle Università dell'Emila e Romagna e delle imprese.

Dario Braga

 

2 aprile 2010

Cari Colleghi

l'ultima settimana prima di Pasqua ha visto il raggiungimento di alcuni obiettivi - a mio avviso - molto rilevanti:

a) la "congiunta" ha approvato all'unanimità l'estensione del voto nelle Facoltà ai ricercatori universitari. Una "assurdità" è stata sanata. Quei ricercatori che potevano votare per il Rettore non potevano votare per il Preside, a fronte - per altro - di un considerevolissimo coinvolgimento nella didattica. Era una promessa che andava mantenuta e così è stato.

b) la stessa assemblea ha avviato la procedura di revisione dello statuto. ABBIAMO BISOGNO DI UN NUOVO STATUTO a prescindere da quale sarà l'esito dell'iter della legge di riforma del Ministro Gelmini. La macchina dell'Ateneo è lenta e farraginosa, le responsabilità sparpagliate e i rapporti tra elettori ed eletti nei diversi consessi e organi poco chiari. Se ne è parlato tanto nei mesi passati e UniBo ha già fatto due tentativi a vuoto (commissione Pombeni e commissione Canestrari) non possiamo permetterci il lusso di mancare l'obiettivo di nuovo. Le premesse sono diverse e fanno ben sperare. La commissione istruttoria di 15 componenti, è presieduta dal rettore e fanno parte: i professori Giuseppe Caia, Paolo Pombeni, Giliberto Capano, Giovanni Dore, Aldo Bertazzoli, Guido Avanzolini, Marco Zoli, Angelo Varni, Rosella Rettaroli; gli studenti Davide Pianori e Alberto Aitini; il dott. Giovanni Longo e la dott.ssa Donatella Alvisi che ricoprono ruoli amministrativo-gestionali all’interno dell’Ateneo; il Direttore Generale della Formazione della Regione Emilia Romagna, dott.ssa Cristina Balboni.

c) dottorato di ricerca: la riforma del dottorato è indirettamente un primo passo nella direzione della semplificazione e della condivisione di didattica e ricerca. Tutti gli elementi già ci sono: il dottorato è

AlmaClub

AlmaClub è un'associazione spontanea di docenti e ricercatori dell'Alma Mater Studiorum Università di Bologna.
L'associazione si avvale anche di forum telematici, il primo dei quali è AlmaClub Ricerca, dedicato ai ricercatori.

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Corriere di Bologna 4-6-2009