L’università è un bene pubblico. È uno dei pilastri su cui si regge la qualità democratica, culturale ed economica del Paese. Se l’università funziona, cresce il Paese. Se l’università si indebolisce, si impoverisce la società.
L’università pubblica è inclusiva, aperta al dialogo con il territorio, con le istituzioni, con le imprese, con i cittadini e con il mondo intero al di là delle differenze politiche, religiose ed etniche. Una università multidisciplinare e internazionale, capace di mettere in relazione saperi diversi, di tenere insieme scienza e umanesimo e di attrarre e valorizzare persone capaci e motivate offrendo percorsi formativi chiari e meritocratici ma anche sostenibili.
La popolazione studiante diminuisce ed il rapporto con il mondo del lavoro è sempre complesso. Ancora oggi troppi dei nostri PhD arrivano a fine percorso e non vedono porte spalancate se non quelle di imbarco negli aeroporti per andare a lavorare altrove. Facciamo fatica ad attrarre studenti e studentesse da altri paesi e non solo per i visti di ingresso ma anche perché poi non trovano casa (e questo vale anche per i nostri studenti).
Internazionalizzazione vuol dire anche viaggiare, confrontarsi con contesti diversi, lavorare in ambienti internazionali. La mobilità e l’interscambio arricchiscono le persone e rafforzano le istituzioni. Le idee circolano davvero quando circolano le persone. Purtroppo, questa idea di “zona franca” è oggi messa seriamente in crisi dalla riscrittura violenta delle relazioni tra Paesi. Muoversi oggi a livello internazionale è diventato più difficile. Il mondo è diventato più piccolo. L’America è lontana, la Russia è lontana, Israele e buona parte dell’oriente sono lontani. Non so quando si riavvicineranno.
E poi c’è la ricerca scientifica. Ricerca senza disseminazione e trasmissione delle conoscenze non è università così come non c’è università senza ricerca. E penso alla fascinazione delle università telematiche. La ricerca non è solo produzione di nuove conoscenze, essa è condivisione di obiettivi, anche di frustrazioni, di ripartenze e di entusiasmi, è “team work” che non si insegna. Si fa.
La produzione di conoscenza, però, va alimentata. Senza una ricerca libera, curiosa, non immediatamente orientata all’applicazione, non nascono neppure le grandi innovazioni applicate. Le idee che cambiano il mondo nascono dalla libertà di esplorare. Finanziare la ricerca di base non è un lusso: è la condizione per generare nuove conoscenze, che nel tempo spesso diventano anche nuove tecnologie e nuove soluzioni. E vanno rimossi gli ostacoli. E invece negli anni abbiamo visto crescere il peso degli adempimenti amministrativi che sottraggono tempo ed energie all’insegnamento, alla ricerca e alla terza missione, che sono l’essenza del nostro “job profile”.
Un’università forte è un’università che semplifica e che consente al corpo docente di dedicarsi pienamente alla produzione e alla trasmissione della conoscenza.
Semmai dobbiamo abitare di più il dibattito pubblico. Produrre conoscenza non basta. In questa epoca di grandi incertezze occorre più che mai condividere la scienza, spiegarla, mettere le nostre competenze al servizio della società per contrastare la disinformazione con la forza degli argomenti, uscendo dalle aule per abitare di più il dibattito pubblico. Anche per questo è nata e opera l’associazione ParliamoneOra.
L’università mette al centro le persone, è aperta al mondo e si assume la responsabilità di contribuire alla crescita culturale e civile del Paese. L’università non è solo un’istituzione. È uno dei luoghi in cui si costruisce il futuro.